Politica in pillole

Lo spettro dell'ingerenza cinese

Era dalle proteste sollevate dal ''Movimento degli ombrelli'' del 2014 che non si attestava una partecipazione così accorata di persone che nella giornata di domenica hanno invaso le strade di Hong Kong, animate dallo slogan ''No extradition''. Ma qual è stato il motore di questa protesta?

Dal mese di aprile è in discussione un progetto di legge mirato ad allargare l'estradizione a tutte le nazioni con le quali Hong Kong non abbia ancora stipulato un accordo che consenta alla città in questione di consegnare un individuo, che si sia rifugiato nel suo territorio, a un altro Stato, affinché venga sottoposto al giudizio penale.
Tale proposta di legge è stata avanzata dal governo attuale con il pretesto di rimpatriare a Taiwan un giovane 19enne che, nel 2018, nonostante si fosse macchiato del crimine di omicidio, era sfuggito al processo stabilendosi ad Hong Kong.
Sebbene il capo dell'esecutivo Carrie Lam, invochi la necessità di colmare un vuoto giuridico, i cittadini temono che la volontà di emanare la legge sull'estradizione nasconda in realtà un tentativo da parte del governo comunista cinese di esercitare un controllo su organi di giustizia che vantano una reale indipendenza dal 1997.
La legilsazione, infatti, consentirebbe ai funzionari giuridici di decidere, caso per caso, se sottoporre i sospetti criminali ricercati ad un processo nella stessa Cina.
Per tale ragione, il grido di allarme levatosi dalla folla di protestanti fa eco al timore di lasciare in balia della giurisdizione opaca e politicizzata individui che manifestino apertamente la loro opposizione al governo comunista di Xi Jiping.

A pochi giorni dall'approvazione della legge, sembra che questa volta non basteranno dei pittoreschi ombrelli gialli a porsi al riparo da ciò che potrebbe configurarsi come l'inizio della fine della filosofia politica ''Uno stato, due sistemi''.